Lo seguo. In realtà non faccio
altro che seguire qualcuno, aspettare qualcuno, da quando un aereo mi
ha portato qui, da quando in piena notte ho aperto gli occhi
guardando un soffitto di metallo illuminato soltanto da una lampada a
pavimento.
Ci fermiamo. Restiamo fermi ad aspettare. Restiamo fermi, in silenzio. Un orologio sulla parete
scandisce il tempo. Le lancette segnano le 6 del
mattino. Lui mi guarda. Io guardo
l'orologio. Quante attese ci sono state,
quanti momenti segnati dal tempo. Un tempo che a volte non bastava
mai, altre volte non riusciva a passare, lento, diluito tra secondi,
minuti, battiti e ore.
Guardo dentro al sacchetto di
cotone grigio. (Ma ho preso davvero tutto?..)
Un uomo alto e magro, appare da
una porta: "tutto ok" dice. "Bene" dice l'uomo con
il sorriso, "andiamo". Lo seguo.
Ci avviciniamo all'uomo alto e
magro Mi guarda. Lo guardo. L'uomo con il sorriso mi dice
"come da tue indicazioni, è qui. E' arrivato questa notte. La
sta aspettando dietro questa porta." Per un tratto, un senso di
profondo disagio e malinconia mi invade totalmente. Quel senso del
distacco definitivo che sta par accadere in un preciso momento. Respiro, entro nella stanza e
respiro di nuovo. E lo trovo li. Seduto. Ad
aspettare. Ad aspettarmi. Cinque sedie sparse, un distributore di
caffeina, e una persona difronte a me che mi ha accompagnato per un
pezzo di vita. Sorrido, mi sorride. Sono
apparentemente felice di vederli, malinconicamente felice.
Ma mi si presenta una morsa allo
stomaco.
Mi avvicino a lui: .. “grazie
di essere venuto..” lui mi fa: “Frate perché cazzo
ti sei vestito da carrozziere...” Rido di gusto. “Frate.. che
bello vederti....” -“perché io?” -”perché Tu sei Tu Frate... e
perché in questo periodo era giusto che adesso ci fossi tu qui a
salutarmi” -”quindi è deciso …...” -“è deciso.” -“dimmi il perché....” -“perché è giusto cosi ... è
giusto così”, “di a Maria di non stare in pensiero … so che
non avrebbe retto per la seconda volta questa fase – di abbandono
-” -”tranquillo. Lo farò.” Prendo il sacchetto di cotone
grigio, lo apro, estraggo la lettera: “un ultimo favore, ..dai
questa a Lei, saprai dove trovarla e saprai come contattarla. Non
spiegarle nulla. Lei saprà capire” -”ci penso io Frate, non devi
preoccuparti” -”non mi preoccupo. Perché ci
sei Tu.”
L'uomo con il sorriso spezza il
momento : “abbiamo una precisa tempistica, adesso dovete
salutarvi...” Lo guardo.
(ronzio...)
“Frate... io adesso devo
andare. Sara lunga la strada da fare per me”
“.... Frate... troppe cose
vorrei dirti.. ma come spesso tu mi hai detto un sacco di volte, non
ti dirò nulla... fai buon viaggio Fratello mio...”
Ci abbracciamo.
“Ehi.. la tua vita...è ok
adesso?”
“...è ok.... , stai
tranquillo.”
“io vado......”
“ok.....”
Mi volto. Non ci penso, Non
respiro. Trattengo e basta. Trattengo a me quella morsa allo
stomaco che adesso è diventata voragine. La porta dietro me si chiude. (è
un arrivederci questo?)
L'aria adesso si fa meno densa
percorrendo questa arteria bianca e lunga di un edificio senza inizio
e senza fine (almeno così sembra) ...inizio a vedere più persone,
entrare e uscire da porte, stanze, uffici, squilli di telefono,
vociare..... L'aria si fa meno densa. Adesso è
diversa.
L'uomo con il sorriso si ferma.
“va bene, ci siamo quasi. Adesso puoi fare alcune telefonate come
concordato. Io ti aspetterò qui, entra in quella stanza. C'è un
telefono. Potrai stare da solo.” Mi dirigo nella stanza. Trovo il
telefono. In verità non ho molte telefonate da fare.
Compongo il primo numero. A chi mi risponde dall'altra
parte dico di avere cura di “loro”. Anche e sopratutto da parte
mia. (respiro interrotto. Occhi
lucidi)
Compongo il secondo numero. Segreteria telefonica. Lascio un messaggio “Porto
il cappello che mi regalasti quel giorno in quel posto dove mangiammo
fino a scoppiare. Mi spiace..per diverse cose.. Io non mi
dimenticherò mai quello che tu hai fatto per me. Non lo farò mai. …
Io sto per part” -Fine
del messaggio.
Avrei
voluto chiamarti, la prima volta che fosse stata anche l'ultima
volta, un giorno segnai il tuo numero sul note del mio telefono...
non sono riuscito più a trovarlo... e forse.. forse doveva andare
così..... esco
dalla stanza. L'uomo
con il sorriso mi attende. Lo vedo in volto meno sereno adesso
“dobbiamo
procedere, non abbiamo molto tempo, indossa questo”, mi da un
giubbotto con il cappuccio. Una
porta scorrevole si apre. Aria fresca, fredda sul mio volto. Il
ronzio questa volta è rumore vivo, progressivo nell'aria si estende
e si dilata, viene da lontano ma adesso è inconfondibile. Rumore
di fondo, combustione, combustibile o qualcosa del genere.
Nel
cielo c'è elettricità statica, l'avverto da dentro.
Un
piccolo van bianco si ferma davanti alla porta d'uscita. Un piccolo
van completamente vuoto. Entrambi
saliamo a bordo. L'uomo con il sorriso accanto al guidatore, io,
dietro, completamente solo: posto-lato-finestrino. Non spegne il
motore: attende, il portellone si chiude, riprende a muoversi. Guardo
fuori. Guardo le sfumature dei colori che adesso annunciano l'alba.
E' l'alba. Tempo
fa l'avrei vista a piedi scalzo dietro a dei finestroni, in un posto
che tantissime volte ha contemplato la mia presenza e i miei
pensieri. Nella solitudine di un momento o spesso illuminato da un
display che raccoglieva parole su parole. Emozioni su emozioni. Parole
su parole emozioni
su emozioni. Molte
di queste ancora me le porto dentro. Ora. Adesso. Non
smettono di chiedersi, non smettono di domandarsi. Le ragioni di
tanti e troppi perché. Sul
vetro il mio respiro che appanna la vista di una strada che si unisce
al chiarore del cielo. A
destra e a sinistra postazioni di controllo dati, antenne, parabole,
una comunicazione costante con tutto ciò che mi circonda.
Ho
bisogno della mia musica. Ho bisogno di chiudere gli occhi e mettere
in play ciò che è stato in tutto questo tempo,
Parole
su parole emozioni
su emozioni. Passo
dopo passo, suono
dopo suono, brivido
su brivido, agosto
dopo agosto.
Osservo
attentamente ogni dettaglio che mi passa davanti rimanendo allo
stesso tempo inebriato da una confusione fatta di ricordi e di stati
d'animo precisi. (cambieranno).
Da
lontano, alla fine, lo vedo. Nella
grandezza di uno squarcio in mezzo al cielo, irrompe in un silenzio
precario..come se ad un tratto tutto dovesse diventare una grande
esplosione, un grosso e immenso fermento (e così sarà).
Combustibile.
Combustione. Propulsione. Questo
ronzio adesso forte e rimbombate arriva da li. La mia
destinazione. Il mezzo. Il tramite.
Rallenta
e poi si ferma. Il van è arrivato alla sua destinazione. Aria
fresca di nuovo su di me, e tonalità bianco glicine nel cielo. (quante
altre sfumature ancora vedrò?)
L'uomo
con il sorriso mi attende. Si avvicina a me. Mi dice: “Qui finisco
io” indica col dito ciò che ho di fronte a me “da li cominci Tu.
Buona fortuna e fai buon viaggio.” Lo
guardo. Non dico Nulla. Respiro. Due
persone in lontananza mi aspettano e mi fanno un cenno con la mano.
Li raggiungo Immensità.
Grandezza, inizio a sentirmi dentro un senso di fortissimo disagio. Ho
Paura. (perché?)
Un
ascensore. A ridosso dell'immensità che continua nel suo fermento
costante. Ci
muoviamo, saliamo: Strati, piani, livelli. Mi
accolgono altre persone. Persone su persone. Quasi
chiuso in cerchio vengo preso in custodia da questo movimento di
uomini e donne che sembrano tutti uguali. Una
stanza. Un'altra ancora. E qui
e tutto diverso. La vedo. Sta li. E la riconosco. (oppure, forse è
più grande. Non so..) Tutto
si muove in fretta. Movimenti stretti, lineari, regolari. Rimango
con la tuta addosso e un attimo dopo inizia la vestizione. Inizio
ad indossare l'equipaggiamento per la partenza: Casco
in policarbonato, Busto, guanti, Gambe, articolazioni mobili,
stivali, Contenitore per l'acqua potabile, Luci, telecamera,
auricolari, modulo di indicazione e controllo, regolatore
temperatura, kit elettrocardiografico, dosimetro, dispositivo per
l'ossigeno, antenna, batterie ed un
sistema di controllo e di allarme, per monitorare costantemente ogni
parametro della strumentazione della tuta spaziale. La
tuta spaziale. Sono
pronto. (ma lo sarò per davvero?).
Mi
muovo goffamente mentre tutto intorno a me diventa ovattato. Suoni
ridotti. Sento
una voce parlarmi da dentro al casco. Attende delle mie risposte. Do
le risposte .
Guardo
in altro a destra: un grosso display segna a numeri rossi un conto
alla rovescia. Scandisce
un tempo che sta per finire. Lo so. Lo sento. Qualcuno
mi indica con la mano se la respirazione va bene. Dico che è tutto
ok. Un
altro mi regola una valvola applicata sul braccio sinistro. Sento uno
strano odore fuoriuscire da dentro al casco. Non capisco.
Ho
accanto due persone, dietro ne ho altre quattro. La
voce mi dice che tutti i parametri sono regolari e che sono pronto ad
entrare nel modulo. Mi
sento stringere il guanto. Sento una leggerissima pressione. Mi
guardano, mi osservano, mi sorridono. Abbozzo
un sorriso, ma non ho voglia di sorridere. Mi
sento incompiuto. (perché?)
Entro
nel modulo. Ricordo
lucidamente adesso tutto ciò che devo fare. Il
posto che devo prendere, la posizione da assumere, la procedura
iniziale. Ricordo
tutto. Mi
siedo. Regolo la postazione. Qualcuno viene a posizionarmi lo
schienale e a bloccarmi la tuta. Mi
guardano. Li guardo. Voce nel casco. Il
ronzio adesso è diventato un frastuono che il casco attenua solo in
parte. Ho fortissime emozioni che circolano nel sangue come
l'adrenalina prima di un grande salto nel vuoto.
Combustibile.
Combustione. Propulsione. Luci
che si illuminano. Mi fanno segno che il modulo verrà chiuso tra 5
minuti. La
voce me lo conferma. I
parametri sono stati ricontrollati. Tutto funziona alla perfezione.
Il
modulo si chiude. La
voce me lo conferma.
Abbassamento
programmato delle luce abitacolo. Luci
guida accese. Ricontrollo
la procedura. Non
ho dimenticato nulla. Ora lo so.
Combustibile.
Combustione. Propulsione. Sento
muoversi e spingere i tre motori a razzo posizionati dietro l'orbiter
tre
tonnellate e mezzo sotto di me.
Tutto
è pronto. Adesso
è tutto pronto. Lo
so. Lo sento.
Ed
eccomi qui. Una
vita spesa a camminare e prima correre verso ciò che ho sempre
cercato..in ciò che ho sempre creduto... cadute, salite,
risalite...pianti, sorrisi....emozioni profondissime. Un
viaggio. Il viaggio. Rimpianti,
rimorsi... grandissime gioie. Rifarei tutto.
“avrei
voluto darti di più...avrei voluto avere di più....avrei voluto che
fossimo di più, io e te...quella rivoluzione dell'anima... fatta di
suoni e alchimie....di purissime emozioni, tali da togliere il
respiro..., avrei voluto dipingere il quadro più bello …. l'unico
capace di colorarsi giorno per giorno in una realtà nostra, una vita
per viversi in pieno. Continuamente. Avrei
voluto questo. L'impossibile che diventa possibile....il disordine
dentro all'ordine delle cose. Albe
da guardare, tramonti da toccare....avrei voluto soltanto dividere
ogni cosa insieme a Te.”
Non
mi accorgo che il conto alla rovescia è appena terminato. Un
boato immenso. Tutto
vibra, tutto si muove. Mi muovo. La
pressione mi blocca il respiro. Il modulo si muove spinto dalla
propulsione dei razzi. La
voce mi ripete i parametri... la voce mi parla... io non la sento.
Adesso. Non
respiro. mentre i miei occhi non lacrimano. Guardano fuori il lento
movimento orbitale salire e le sfumature del cielo cambiare
nuovamente. Prima
chiare, ora lentamente confondersi..... l'oscurità le abbraccia
totalmente adesso... mentre
fuori tutto diventa buio. La
voce mi ripete i parametri.
Una
spinta più forte ancora. Chiudo
gli occhi. Non respiro.
Un
forte boato ancora.
E
poi... Silenzio.
Apro
gli occhi: fuori lo spazio siderale, dentro: una forte emozione.
“avrei
voluto..........”
La
voce controlla i parametri. Lo shuttle ha sganciato i propulsori,
tutto è nella norma, destinazione
finale impostata. Ricontatto tra due ore e cinquantasette minuti.
Passo e chiudo.
l'oceano del tempo ci restituisce i ricordi che vi seppelliamo...
tutti noi custodiamo un segreto chiuso a chiave nella soffitta dell'anima....
Questo è il mio.
Svefn-g-englar
Sono di nuovo qui, dentro di te. Qui tutto va bene, Fluttuo in un'ibernazione liquida in un hotel connesso alla corrente elettrica
Ma l'attesa mi inquieta... dò un calcio alla mia fragilità ed urlo "Devo andarmene" - "Aiuto"
Poi tutto esplode e la pace finisce in un bagno di nuova luce io piango e piango ancora - sconnesso un cervello in rovina appoggiato a un seno e nutrito da sonnambuli
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